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A «casa» è tornata più forte e matura. Dopo aver respirato, per un anno, l’aria di vertice della serie B con il Fimauto Valpolicella. La «bandiera» è rientrata alla base, per riprendere per mano la Fortitudo Mozzecane e aiutarla a crescere. Rachele Peretti è di nuovo al centro del campo gialloblù, con la sua tecnica, i suoi inserimenti e i suoi gol. «Oggi sono una delle giocatrici più esperte della squadra e so di dover dare l’esempio. Voglio divertirmi e arrivare il più in alto possibile». Una vita trascorsa con gli stessi colori addosso, fin dalle giovanili. Dieci stagioni con la maglia della prima squadra condite da 159 presenze e 63 reti tra serie B, A2 e A (223 partite e 116 marcature, se si contano anche le sfide di Coppa Italia e le gare ufficiali in Primavera), la carta d’identità che recita solo 24 anni, nonostante un curriculum da veterana. La centrocampista nata a Villafranca, e residente a Povegliano, sfoglia il libro dei ricordi e ripercorre la sua storia d’amore con la Fortitudo Mozzecane.
«Peretti torna a casa». Il titolo calza al pennello?
«Sì. In questa società ho vissuto tredici anni di vita sportiva, quindi la considero come una casa e una famiglia. Essendo terminato il prestito al Fimauto Valpolicella, sono rientrata alla base e sono contenta di aver ritrovato le mie vecchie compagne a cui sono molto affezionata. D’altronde, due estati fa l’avevo detto: non è un addio, bensì un arrivederci. Alla fine, così è successo».
Perché un anno fa decise di salutare la Fortitudo e andare altrove?
«C’è a chi piace rimanere perennemente nel medesimo ambiente, invece io sentivo il bisogno di cambiare, di evadere da quella che era sempre stata la mia realtà calcistica. Ho ritenuto giusto fare un’esperienza nuova e l’avventura al Fimauto Valpolicella, seppur breve, mi ha permesso di crescere».
Incrociare il «suo» Mozzecane nello scorso campionato che effetto le ha fatto?
«Particolare e intenso. Affrontare da avversaria le compagne e il club con cui hai trascorso una parte della tua vita, e vedersi addosso un’altra maglia, è davvero strano. Nella gara d’andata, sono sincera, ho avvertito meno brividi perché sono partita dalla panchina e ho giocato solo uno spezzone di match. Al contrario, al ritorno ho provato una forte emozione: tornare negli spogliatoi di Mozzecane e iniziare la sfida dal primo minuto su quel campo mi hanno fatto venire la pelle d’oca».
Che Fortitudo Mozzecane ha ritrovato?
«La filosofia e i valori sono rimasti invariati: una società mossa dalla passione, umile e che lavora tantissimo per le calciatrici. Sarebbe bello crescere ulteriormente».
Durante la presentazione della stagione 2016/17, il tecnico Fabiana Comin l’ha definita «un talento del calcio italiano». Cosa risponde?
«Le sue parole mi lusingano e mi caricano di responsabilità. Sentire un complimento del genere da lei ha un sapore differente, visto che Comin non è solo il mio allenatore ma pure una personalità di rilievo del nostro calcio. Mi sono emozionata e ce la metterò tutta per ripagare la fiducia, non deludere Fabiana e per renderla orgogliosa di me».
Peretti un lusso per la serie B? Non lo so (sorride, ndr). Sono giovane per dirlo, ho ancora determinate lacune e devo lavorare per migliorare. Di sicuro, mi considero una buona giocatrice».
Tra le dieci versioni di Fortitudo Mozzecane che ha vissuto, quella di oggi dove la colloca?
«Ai piani alti, precisamente al terzo posto. In testa alla classifica c’è senza dubbio la squadra che conquistò la promozione in serie A (2011/12, ndr), mentre in seconda posizione metto la formazione della stagione precedente (quarto posto nel 2010/11, ndr). Oggi la rosa è davvero giovane, però ha ottime potenzialità ed è guidata da un allenatore con carattere e l’esperienza giusta. L’obiettivo in campionato? La meta principale è salvezza, ma io sono una persona ambiziosa e mi piace scendere in campo per vincere: arrivare nelle prime tre posizioni non sarebbe male».
Rachele, lei è la calciatrice della rosa con il maggior numero di presenze in gialloblù. Il termine «bandiera» le si addice?
«Le statistiche dicono di sì. I miei numeri con questa maglia sono importanti e avvicinarmi sempre di più a Deila Boni (capolista con 315 presenze e 259 gol, ndr) mi fa venire i brividi. In ogni caso, caratterialmente non mi sento, forse, una bandiera classica: durante gli allenamenti e le partite, infatti, sono carica ma sto un po’ sulle mie. Un altro esempio: la fascia da capitano l’ho indossata due stagioni fa da gennaio a giugno ed è stata una grande emozione. Tuttavia, non sono un capitano carismatico. Chi, invece, rappresenta e rappresenterà una bandiera è Francesca Salaorni: lei merita di essere il nostro capitano».
In prima squadra esordì il 20 maggio 2007 nella vittoria per 0-10 contro il Fabriano Futsal nell’allora serie B (oggi serie C). Aveva 14 anni, giocò titolare e siglò una doppietta. Un segno del destino?
«Sì. Io credo nel destino, sia in positivo che in negativo. Debuttare non è mai facile e segnare è ancora più difficile: beh, vedermi in azione dal primo minuto e realizzare addirittura una doppietta è stato fantastico. Mi ricordo bene quel giorno: avevamo fatto un viaggio interminabile in pullman per arrivare nelle Marche e non pensavo proprio di scendere in campo. Invece, è accaduto e la giornata si è rivelata indimenticabile».
Dalla serie B all’A2, dall’A2 alla serie A. Peretti e il Mozzecane hanno scalato insieme il calcio femminile italiano.
«È vero. Ho avuto la fortuna di provare tutte le categorie ed esserci riuscita con la stessa squadra è un orgoglio. In particolare, è bello aver vissuto così tante esperienze da protagonista, entrando appieno nello spirito del club. Ho trascorso annate più semplici e annate più complicate, però conservo ogni immagine con emozione. Le due promozioni resteranno sempre nella mia mente e nel mio cuore».
Come iniziò la storia tra Rachele e la Fortitudo?
«Sono arrivata all’età di nove anni: avevo cominciato a praticare il calcio con i maschi nel Povegliano e, quando venni a sapere che a Mozzecane c’era una formazione prettamente femminile, decisi di iscrivermi. Ho militato nel settore giovanile, poi con il tempo sono salita in prima squadra. Ricordo sempre con stima e gratitudine Salvatore Zurzolo, che fu uno dei primi allenatori che mi insegnò a giocare a pallone».
Cosa ha ricevuto dalla società e cosa ha dato lei?
«La Fortitudo mi ha trasmesso tanta umiltà: il nostro club è un esempio in questo e, di conseguenza, le ragazze seguono tale linea. Qui nessuna si è mai sentita un fenomeno. Dall’altra parte, io credo di aver dato grande passione, costanza e impegno».
Il ricordo indimenticabile?
«La promozione in serie A ma, soprattutto, il modo in cui l’abbiamo raggiunta (22 successi, 4 pareggi e 0 sconfitte, ndr), il tipo di stagione che abbiamo disputato e l’atteggiamento determinato e vincente che abbiamo mostrato in ogni gara. Portare per la prima volta la Fortitudo nella massima categoria italiana è stato un onore».
Appunto: quella cavalcata da 70 punti e la promozione in A stupirono anche voi?
«Certo. Vincere quasi tutte le sfide e non perdere mai è difficilissimo in qualsiasi disciplina: ecco perché la nostra è stata un’impresa e un’annata da sogno. Avevamo di fronte avversari tosti e forti, ma non essere partite con i favori del pronostico credo ci abbia aiutato a vivere il torneo con meno pressioni. Le immagini più significative? Il successo per 1-2 sul Fiammamonza, in cui, tra l’altro, realizzai uno dei miei gol più belli, e la festa per la promozione. Dopo l’ultima partita di campionato contro l’Oristano, infatti, abbiamo festeggiato sotto al diluvio: pioveva a dirotto e, insieme a noi sotto al tendone, hanno partecipato le ragazze della Primavere e molti tifosi di Mozzecane. Un mix di musica ed euforia che non dimenticherò mai».
La delusione?
«La retrocessione in serie B. Tutto è andato storto e, purtroppo, per la Fortitudo Mozzecane l’esperienza in A si è rivelata negativa. Abbiamo perso parecchi match e siamo uscite poche volte dal campo a testa alta. Potevamo e dovevamo dare di più, però, probabilmente, l’avventura nella massima categoria è arrivata troppo presto: aver raggiunto una promozione inattesa ci ha catapultati in una realtà diversa, a cui la società non era abituata».
Fortitudo Mozzecane-Tavagnacco 1-6, giornata inaugurale del campionato: il primo gol gialloblù in serie A porta la sua firma. Un orgoglio?
«Naturalmente, a prescindere dal risultato. Avevo vent’anni, disputavo la mia prima partita in A e sono riuscita a togliermi una bella soddisfazione: sono entrata al 60’ e sette minuti dopo ho rubato palla a Lara Laterza e fatto un pallonetto nientepopodimeno che a Chiara Marchitelli».
Dal curriculum sembra una veterana, invece ha solo 24 anni. Come la vive?
«Mi dà molta motivazione e sono fiera di me stessa. Confesso che le dieci stagioni di esperienza le sento tutte, perché le ho vissute in maniera intensa, però va bene così. Desidero migliorare ancora e mi piacerebbe, un giorno, tornare a disputare la serie A. Nonostante la retrocessione, penso di aver ben figurato nella massima categoria».
Centrocampista sulla carta, attaccante nell’indole.
«Sì, in effetti. Mi piace la fase offensiva e il senso del gol è una cosa che ho dentro. Anche se sono sempre stata impiegata a centrocampo, attaccare mi viene naturale. Per questo segno abbastanza».
Una panoramica storica sulle compagne alla Fortitudo: con chi ha legato maggiormente?
«Alessia Pecchini, la mia migliore amica. Siamo coetanee, l’ho conosciuta il primo giorno in cui ho cominciato a giocare a calcio a Mozzecane e siamo state pure compagne di liceo. Pertanto, siamo cresciute insieme nella Fortitudo, condividendo un sacco di momenti ed emozioni. Ora lei è in Olanda per motivi di studio ma ci sentiamo due-tre volte alla settimana».
La compagna più forte?
«Ne scelgo due: Veronica Brutti e Deila Boni. Ho sempre ammirato la prima per la sua tecnica e sono felice di averla ritrovata quest’anno in squadra, mentre la seconda, quando giocava, aveva un fiuto del gol incredibile e segnava con grande facilità e puntualità».
Una compagna con potenzialità ma che non ha sfondato o che ha lasciato il calcio?
«Non rientra in nessuno dei due casi, però dico Zoe Caneo: è giovane (21 anni, ndr), ha doti importanti e ha fatto parte in passato della Nazionale under 17. Se tempo fa avesse avuto un po’ più di maturità, avrebbe già sfondato e sarebbe in serie A. Le auguro con il cuore di migliorare e di arrivare in futuro ad alti livelli».
Matteo Sambugaro
Foto di copertina: Graziano Zanetti Photography
Copyright © Tutti i diritti riservati

A «casa» è tornata più forte e matura. Dopo aver respirato, per un anno, l’aria di vertice della serie B con il Fimauto Valpolicella. La «bandiera» è rientrata alla base, per riprendere per mano la Fortitudo Mozzecane e aiutarla a crescere. Rachele Peretti è di nuovo al centro del campo gialloblù, con la sua tecnica, i suoi inserimenti e i suoi gol. «Oggi sono una delle giocatrici più esperte della squadra e so di dover dare l’esempio. Voglio divertirmi e arrivare il più in alto possibile». Una vita trascorsa con gli stessi colori addosso, fin dalle giovanili. Dieci stagioni con la maglia della prima squadra condite da 159 presenze e 63 reti tra serie B, A2 e A (223 partite e 116 marcature, se si contano anche le sfide di Coppa Italia e le gare ufficiali in Primavera), la carta d’identità che recita solo 24 anni, nonostante un curriculum da veterana. La centrocampista nata a Villafranca, e residente a Povegliano, sfoglia il libro dei ricordi e ripercorre la sua storia d’amore con la Fortitudo Mozzecane.
«Peretti torna a casa». Il titolo calza al pennello?
«Sì. In questa società ho vissuto tredici anni di vita sportiva, quindi la considero come una casa e una famiglia. Essendo terminato il prestito al Fimauto Valpolicella, sono rientrata alla base e sono contenta di aver ritrovato le mie vecchie compagne a cui sono molto affezionata. D’altronde, due estati fa l’avevo detto: non è un addio, bensì un arrivederci. Alla fine, così è successo».
Perché un anno fa decise di salutare la Fortitudo e andare altrove?
«C’è a chi piace rimanere perennemente nel medesimo ambiente, invece io sentivo il bisogno di cambiare, di evadere da quella che era sempre stata la mia realtà calcistica. Ho ritenuto giusto fare un’esperienza nuova e l’avventura al Fimauto Valpolicella, seppur breve, mi ha permesso di crescere».
Incrociare il «suo» Mozzecane nello scorso campionato che effetto le ha fatto?
«Particolare e intenso. Affrontare da avversaria le compagne e il club con cui hai trascorso una parte della tua vita, e vedersi addosso un’altra maglia, è davvero strano. Nella gara d’andata, sono sincera, ho avvertito meno brividi perché sono partita dalla panchina e ho giocato solo uno spezzone di match. Al contrario, al ritorno ho provato una forte emozione: tornare negli spogliatoi di Mozzecane e iniziare la sfida dal primo minuto su quel campo mi hanno fatto venire la pelle d’oca».
Che Fortitudo Mozzecane ha ritrovato?
«La filosofia e i valori sono rimasti invariati: una società mossa dalla passione, umile e che lavora tantissimo per le calciatrici. Sarebbe bello crescere ulteriormente».
Durante la presentazione della stagione 2016/17, il tecnico Fabiana Comin l’ha definita «un talento del calcio italiano». Cosa risponde?
«Le sue parole mi lusingano e mi caricano di responsabilità. Sentire un complimento del genere da lei ha un sapore differente, visto che Comin non è solo il mio allenatore ma pure una personalità di rilievo del nostro calcio. Mi sono emozionata e ce la metterò tutta per ripagare la fiducia, non deludere Fabiana e per renderla orgogliosa di me».
Peretti un lusso per la serie B? Non lo so (sorride, ndr). Sono giovane per dirlo, ho ancora determinate lacune e devo lavorare per migliorare. Di sicuro, mi considero una buona giocatrice».
Tra le dieci versioni di Fortitudo Mozzecane che ha vissuto, quella di oggi dove la colloca?
«Ai piani alti, precisamente al terzo posto. In testa alla classifica c’è senza dubbio la squadra che conquistò la promozione in serie A (2011/12, ndr), mentre in seconda posizione metto la formazione della stagione precedente (quarto posto nel 2010/11, ndr). Oggi la rosa è davvero giovane, però ha ottime potenzialità ed è guidata da un allenatore con carattere e l’esperienza giusta. L’obiettivo in campionato? La meta principale è salvezza, ma io sono una persona ambiziosa e mi piace scendere in campo per vincere: arrivare nelle prime tre posizioni non sarebbe male».
Rachele, lei è la calciatrice della rosa con il maggior numero di presenze in gialloblù. Il termine «bandiera» le si addice?
«Le statistiche dicono di sì. I miei numeri con questa maglia sono importanti e avvicinarmi sempre di più a Deila Boni (capolista con 315 presenze e 259 gol, ndr) mi fa venire i brividi. In ogni caso, caratterialmente non mi sento, forse, una bandiera classica: durante gli allenamenti e le partite, infatti, sono carica ma sto un po’ sulle mie. Un altro esempio: la fascia da capitano l’ho indossata due stagioni fa da gennaio a giugno ed è stata una grande emozione. Tuttavia, non sono un capitano carismatico. Chi, invece, rappresenta e rappresenterà una bandiera è Francesca Salaorni: lei merita di essere il nostro capitano».
In prima squadra esordì il 20 maggio 2007 nella vittoria per 0-10 contro il Fabriano Futsal nell’allora serie B (oggi serie C). Aveva 14 anni, giocò titolare e siglò una doppietta. Un segno del destino?
«Sì. Io credo nel destino, sia in positivo che in negativo. Debuttare non è mai facile e segnare è ancora più difficile: beh, vedermi in azione dal primo minuto e realizzare addirittura una doppietta è stato fantastico. Mi ricordo bene quel giorno: avevamo fatto un viaggio interminabile in pullman per arrivare nelle Marche e non pensavo proprio di scendere in campo. Invece, è accaduto e la giornata si è rivelata indimenticabile».
Dalla serie B all’A2, dall’A2 alla serie A. Peretti e il Mozzecane hanno scalato insieme il calcio femminile italiano.
«È vero. Ho avuto la fortuna di provare tutte le categorie ed esserci riuscita con la stessa squadra è un orgoglio. In particolare, è bello aver vissuto così tante esperienze da protagonista, entrando appieno nello spirito del club. Ho trascorso annate più semplici e annate più complicate, però conservo ogni immagine con emozione. Le due promozioni resteranno sempre nella mia mente e nel mio cuore».
Come iniziò la storia tra Rachele e la Fortitudo?
«Sono arrivata all’età di nove anni: avevo cominciato a praticare il calcio con i maschi nel Povegliano e, quando venni a sapere che a Mozzecane c’era una formazione prettamente femminile, decisi di iscrivermi. Ho militato nel settore giovanile, poi con il tempo sono salita in prima squadra. Ricordo sempre con stima e gratitudine Salvatore Zurzolo, che fu uno dei primi allenatori che mi insegnò a giocare a pallone».
Cosa ha ricevuto dalla società e cosa ha dato lei?
«La Fortitudo mi ha trasmesso tanta umiltà: il nostro club è un esempio in questo e, di conseguenza, le ragazze seguono tale linea. Qui nessuna si è mai sentita un fenomeno. Dall’altra parte, io credo di aver dato grande passione, costanza e impegno».
Il ricordo indimenticabile?
«La promozione in serie A ma, soprattutto, il modo in cui l’abbiamo raggiunta (22 successi, 4 pareggi e 0 sconfitte, ndr), il tipo di stagione che abbiamo disputato e l’atteggiamento determinato e vincente che abbiamo mostrato in ogni gara. Portare per la prima volta la Fortitudo nella massima categoria italiana è stato un onore».
Appunto: quella cavalcata da 70 punti e la promozione in A stupirono anche voi?
«Certo. Vincere quasi tutte le sfide e non perdere mai è difficilissimo in qualsiasi disciplina: ecco perché la nostra è stata un’impresa e un’annata da sogno. Avevamo di fronte avversari tosti e forti, ma non essere partite con i favori del pronostico credo ci abbia aiutato a vivere il torneo con meno pressioni. Le immagini più significative? Il successo per 1-2 sul Fiammamonza, in cui, tra l’altro, realizzai uno dei miei gol più belli, e la festa per la promozione. Dopo l’ultima partita di campionato contro l’Oristano, infatti, abbiamo festeggiato sotto al diluvio: pioveva a dirotto e, insieme a noi sotto al tendone, hanno partecipato le ragazze della Primavere e molti tifosi di Mozzecane. Un mix di musica ed euforia che non dimenticherò mai».
La delusione?
«La retrocessione in serie B. Tutto è andato storto e, purtroppo, per la Fortitudo Mozzecane l’esperienza in A si è rivelata negativa. Abbiamo perso parecchi match e siamo uscite poche volte dal campo a testa alta. Potevamo e dovevamo dare di più, però, probabilmente, l’avventura nella massima categoria è arrivata troppo presto: aver raggiunto una promozione inattesa ci ha catapultati in una realtà diversa, a cui la società non era abituata».
Fortitudo Mozzecane-Tavagnacco 1-6, giornata inaugurale del campionato: il primo gol gialloblù in serie A porta la sua firma. Un orgoglio?
«Naturalmente, a prescindere dal risultato. Avevo vent’anni, disputavo la mia prima partita in A e sono riuscita a togliermi una bella soddisfazione: sono entrata al 60’ e sette minuti dopo ho rubato palla a Lara Laterza e fatto un pallonetto nientepopodimeno che a Chiara Marchitelli».
Dal curriculum sembra una veterana, invece ha solo 24 anni. Come la vive?
«Mi dà molta motivazione e sono fiera di me stessa. Confesso che le dieci stagioni di esperienza le sento tutte, perché le ho vissute in maniera intensa, però va bene così. Desidero migliorare ancora e mi piacerebbe, un giorno, tornare a disputare la serie A. Nonostante la retrocessione, penso di aver ben figurato nella massima categoria».
Centrocampista sulla carta, attaccante nell’indole.
«Sì, in effetti. Mi piace la fase offensiva e il senso del gol è una cosa che ho dentro. Anche se sono sempre stata impiegata a centrocampo, attaccare mi viene naturale. Per questo segno abbastanza».
Una panoramica storica sulle compagne alla Fortitudo: con chi ha legato maggiormente?
«Alessia Pecchini, la mia migliore amica. Siamo coetanee, l’ho conosciuta il primo giorno in cui ho cominciato a giocare a calcio a Mozzecane e siamo state pure compagne di liceo. Pertanto, siamo cresciute insieme nella Fortitudo, condividendo un sacco di momenti ed emozioni. Ora lei è in Olanda per motivi di studio ma ci sentiamo due-tre volte alla settimana».
La compagna più forte?
«Ne scelgo due: Veronica Brutti e Deila Boni. Ho sempre ammirato la prima per la sua tecnica e sono felice di averla ritrovata quest’anno in squadra, mentre la seconda, quando giocava, aveva un fiuto del gol incredibile e segnava con grande facilità e puntualità».
Una compagna con potenzialità ma che non ha sfondato o che ha lasciato il calcio?
«Non rientra in nessuno dei due casi, però dico Zoe Caneo: è giovane (21 anni, ndr), ha doti importanti e ha fatto parte in passato della Nazionale under 17. Se tempo fa avesse avuto un po’ più di maturità, avrebbe già sfondato e sarebbe in serie A. Le auguro con il cuore di migliorare e di arrivare in futuro ad alti livelli».
Matteo Sambugaro
Foto di copertina: Graziano Zanetti Photography
Copyright © Tutti i diritti riservati