Gli applausi delle compagne in panchina e «un’emozione indescrivibile» hanno cullato il suo rientro. Ben 364 giorni dopo la rottura del legamento crociato del ginocchio destro. Il minuto 89’ è stato il suo momento, un momento atteso da un anno intero. Francesca Signori rimette piede in campo a Gallarate, di fronte ci sono l’Azalee e un 2-2 combattuto: la paura l’ha lasciata a Meda, dove dodici mesi fa si era fatta male, gli occhi sono quelli della guerriera ritrovata. «Mi chiamano Gattuso per la mia grinta – confessa – e ve lo assicuro: il ringhio dentro di me non è morto. Anzi, è vivo e vegeto ed pronto a ruggire ancora». La centrocampista della Fortitudo Mozzecane riprende a lottare, vince un paio di contrasti e si fa sentire. L’incubo è ufficialmente finito. «Finalmente, spero che questo sia un nuovo inizio».

Signori, cosa si prova ad essere tornata a giocare?

«Un’emozione strana e stupenda. Nei secondi che hanno preceduto l’ingresso in campo mi sono passati una miriade di pensieri per la testa: da una parte volevo spaccare il mondo, dall’altra mi sono resa conto che stavo davvero rientrando in azione dopo il brutto infortunio. Sentivo gli applausi e le frasi di incoraggiamento delle compagne sedute in panchina, e mi batteva forte il cuore, nonostante fossi concentrata su me stessa. Inoltre, sapevo che una volta in gioco, non sarebbe stato come un allenamento, dove magari c’è chi ha un occhio di riguardo: le avversarie non conoscono la tua storia né si tirano indietro. In mezzo al campo sei tu e basta, ma non ho mai avuto paura. Anzi, i brividi sono stati positivi al 100%».

La sua partita è durata solo quattro minuti. Ma, forse, il tempo importava poco.

«Esatto. Mi interessava rientrare, respirare di nuovo l’aria della gara e dire: sono tornata. Avevo percepito che il match fosse agli sgoccioli, però ho preferito non chiedere quanto mancasse alla fine: desideravo essere libera e godermi l’attimo. I quattro minuti? Intensi, molto intensi. Le mie gambe non sono più abituate a certi ritmi e li hanno sentiti tutti. Sono entrata con la grinta giusta in una sfida delicata e incerta fino all’ultimo, ho combattuto per la squadra e sono fiera della reazione che ho avuto: ho pensato esclusivamente a giocare e mi sono buttata nella mischia senza timore né timidezza».

Si aspettava di scendere in campo?

«Ero consapevole di essere pronta. Tant’è che negli spogliatoi mi sono preparata in una determinata maniera, come se sentissi che sarebbe potuto arrivare il mio momento. Provavo un misto di aspettativa e speranza, perciò ringrazio mister Fabiana Comin per avermi inserita e per avermi reso felice».

Appunto, quando il tecnico le ha detto di scaldarsi cosa l’è passato per la mente?

«Una carica pazzesca. Tra il 15’ e il 20’ della ripresa, Comin ha guardato verso la panchina probabilmente per ragionare sui possibili cambi, ma io non ho voluto incrociare il suo sguardo: se mi avesse scelto, avrebbe dovuto farlo perché mi riteneva all’altezza. E, quando mi ha chiamato, ho avvertito una grande forza dentro di me. Il risaldamento? È durato abbastanza, però sono contenta così: ho bisogno di tempo per scaldarmi, infatti non stavo mai ferma. Credevo di provare più ansia, invece ero concentrata al massimo. Se, poi, in campo, non ho commesso particolari errori lo devo al fatto che non avevo paura».

Come si sente ora?

«Fisicamente bene, anche se preferisco non dirlo troppo ad alta voce perché sono scaramantica, e mentalmente pure. Sono tranquilla e desidero recuperare il terreno perduto, perché di tempo ne ho perso parecchio».

L’infortunio al ginocchio l’aveva subito il 31 gennaio 2016 contro il Real Meda, il rientro è avvenuto il 29 gennaio 2017 contro l’Azalee. Signori non disputava una gara con la prima squadra da 364 giorni.

«Incredibile. Un anno esatto e un’eternità. Di solito, per un questo genere di problemi occorrono meno mesi per recuperare però, si sa, ogni situazione è soggettiva. Oltretutto, nel frattempo sono sopraggiunte altre complicazioni fisiche che hanno rallentato la guarigione. In ogni caso, adesso sono al settimo cielo di essere tornata».

L’anno trascorso ai box?

«Brutto e durissimo. Intanto, mi sono fermata nel momento sbagliato: dopo una partenza difficile la Fortitudo aveva dato una svolta positiva al campionato, in più io ero riuscita a guadagnarmi il posto da titolare. Il 2015/16 stava rappresentando, per me, la stagione del salto di qualità, invece l’infortunio ha rovinato tutto. Rimanere fuori, non poter aiutare le compagne, guardare allenamenti e partite dalla tribuna, non poter partecipare ad ogni trasferta (si riferisce alle gare giocate in Sardegna nella scorsa annata, ndr) è orrendo; in agosto, poi, ho iniziato la preparazione regolarmente ma svolgendo lavoro differenziato: le ragazze non mi ha mai escluso, però non allenandomi con loro sapevo di non farne parte appieno e questo mi dispiaceva un sacco, soprattutto perché il gruppo era nuovo. Mi sono sentita davvero dentro la squadra solo quando ho ricominciato a lavorare con le compagne in modo completo, dopo Natale».

Il momento più complicato?

«Sono stati due. In primis, in febbraio, appena la risonanza aveva svelato che mi ero rotta il legamento crociato anteriore: non mi aspettavo che il problema fosse così grave e lì ho realizzato che ci sarebbero voluti mesi e mesi per riprendermi. Poi, la settimana successiva all’operazione (17 marzo, ndr): ero in stampelle, non riuscivo a fare niente da sola e mi sentivo veramente a terra e sfiduciata».

Il recupero procede ma a fine novembre salta fuori un problema muscolare…

«Un’altra batosta, per di più alla stessa gamba. In quel momento mi è crollato il mondo addosso e per un attimo ho avuto paura che non sarei più rientrata in campo. Trovarmi davanti a un ulteriore ostacolo dopo tanta fatica, palestra, piscina, riabilitazione e stress psicologico è stato difficile. Però ho superato pure questo scoglio».

Cosa l’ha motivata?

«La voglia di tornare a giocare, di calciare il mio amato pallone e di farmi emozionare ancora dalla mia passione più grande. Smettere? No, non l’ho mai pensato».

C’è qualcuno che l’ha particolarmente aiutata?

«Tutta la famiglia mi ha sostenuto moltissimo, ma mia mamma (Marinella, ndr) mi è rimasta accanto in ogni situazione: mi accompagnava alle visite, era sempre al mio fianco, piangeva con me nei momenti bui e mi ha dato la forza necessaria per affrontare le difficoltà. La ringrazio di cuore».

E la Fortitudo Mozzecane?

«Le compagne mi sono state vicino, mi tranquillizzavano, mi chiedevano come stavo e i loro messaggi mi hanno aiutato davvero. Inoltre, la società mi ha atteso con fiducia, soprattutto Giuseppe Boni: il presidente aspettava con impazienza che rientrassi, glielo leggevo negli occhi. Boni mi ha sempre incoraggiato e lo ringrazio tanto».

Quanto le mancava il calcio?

«Da morire. Avevo perso un’infinità di cose: toccare il pallone, correre, lottare in mezzo al campo, l’atmosfera che si crea nello spogliatoio prima di un match o durante un allenamento, la condivisione di gioie, delusioni, scherzi e discussioni con le compagne. Ora, però, ho riconquistato tutto e mi sento rinata».

Affrontare un infortunio così a 19 anni, segna?

«Sì, è inevitabile. Tra l’altro, questo è stato il mio primo, e mi auguro ultimo, problema fisico di una certa gravità. Sono giovane e le difficoltà nuove con cui mi sono dovuta confrontare mi hanno cambiato, in particolare a livello psicologico. Oggi sono una persona cresciuta e più forte: anche se sono rimasta ferma un anno non ho perso lo spirito guerriero né il mio essere calciatrice. Devo solo riacquisire il ritmo partita, ma la voglia c’è».

La grinta di Francesca Signori rappresenta un ottimo acquisto per il 2017 della Fortitudo Mozzecane?

«Di sicuro il mio recupero può aiutare. A centrocampo abbiamo giocatrici di qualità, da Rachele Peretti a Beatrice Piovani, e spero che le mie caratteristiche di combattente diano una mano per completare il reparto. Una cosa è certa: in campo metterò sempre l’anima».

Matteo Sambugaro

Foto: Graziano Zanetti Photography

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