Una carriera agli antipodi, sempre in maglia gialloblù. Da attaccante a portiere, da portiere ad attaccante. E, oggi, ancora tra i pali, a difesa della porta della prima squadra. «In quattordici anni di Fortitudo Mozzecane ho imparato a fare tante cose: dal segnare un gol a respingere un rigore». Vanessa Venturini si dondola sull’altalena dei ruoli da tempo, molto tempo. L’istinto è la sua arma principale, la passione il suo carburante. «E pensare che fare il portiere non mi aveva mai particolarmente interessato – confessa la vice di Francesca Olivieri -. Mio nonno materno, però, era stato un estremo difensore a livello dilettantistico, quindi, chissà, alla fine mi sono lasciata trascinare dal cuore». È reduce dalle parate decisive contro il Milan Ladies, Vanessa. Dopo che in questo campionato di serie B era scesa in campo solo contro l’Orobica e il Südtirol Damen, nel girone di andata. E ora, nel mirino ha già messo l’Unterland Damen.

Una carriera agli antipodi. Venturini, si immaginava un percorso così?

«No. Ma la definizione è azzeccata, visto che ho cominciato attaccante e adesso sono un portiere. Ho ricoperto i due ruoli soprattutto per esigenza dei tecnici, e perché ho sempre creduto che fosse giusto giocare dove il gruppo avesse bisogno».

Punta prima, estremo difensore poi. L’alternanza di ruoli ha sempre rappresentato una costante.

«All’inizio mi piaceva giocare attaccante, però nella categoria pulcine, così come nelle esordienti, avevo provato anche a stare in porta. Quindi, un’infarinatura di entrambe le posizioni l’avevo acquisita subito. Dopodiché, in Primavera ho fatto la punta e all’occorrenza il portiere nei primi due anni, l’estremo difensore fisso nei tre successivi, e l’attaccante nella stagione 2014/15, in cui ho disputato una sola partita tra i pali, contro l’Agsm Verona nella gara di andata di campionato. Da due annate, invece, sono stabilmente uno dei portieri della prima squadra».

Come ci si trasforma da attaccante ad estremo difensore?

«Non è facile: occorrono impegno e sacrificio. I due ruoli prevedono movimenti e compiti diversi, ed allenamenti con peculiarità specifiche. Non solo: stare in porta vuol dire guardare il gioco da dietro, ossia da un altro punto di vista, e bisogna abituarsi a ragionare in una certa maniera. Sono sincera: ho fatto più fatica a passare dall’attacco alla porta piuttosto che il contrario».

Essere impiegata in due posizioni tanto diverse è stato uno stimolo o le ha creato un po’ di disagio?

«Avendo provato allenamenti differenti sono riuscita a lavorare su più aspetti a livello fisico e ho dimostrato di sapermela cavare in diverse situazioni. Ho sempre amato lo sport in generale, pertanto non ho incontrato particolari difficoltà ad adattarmi ai cambiamenti. Tuttavia, non avendo avuto l’opportunità di specializzarmi bene su un ruolo preciso, un minimo di confusione è saltata fuori: mi ricordo che, nella stagione 2014/15, andavo al campo per l’allenamento non sapendo mai in che modo vestirmi».

Come viveva la situazione?

«Non è stato semplice. In borsa avevo sempre il doppio cambio e solo all’ultimo momento capivo se indossare la divisa da portiere o quella da attaccante. Nei primi due mesi, tra l’altro, mi allenavo in porta durante la settimana ma nel weekend giocavo fuori, non riuscendo per forza a dare il massimo: ad un certo punto ho chiesto che venisse fatta chiarezza e da lì in poi ho lavorato regolarmente come punta».

Tra attaccante e portiere ci sono elementi in comune?

«Innanzitutto la concentrazione: il portiere deve farsi trovare pronto in ogni circostanza per parare un tiro, l’attaccante sa che occorre essere cinici e freddi sotto porta per segnare. Inoltre, in entrambi i casi è presente il concetto dell’attesa: l’estremo difensore aspetta che le avversarie concludano a rete, mentre la punta, pur muovendosi di continuo, ha bisogno di ricevere il pallone giusto per colpire».

Cosa significa essere portiere in prima squadra?

«È una soddisfazione. Ho iniziato a giocare a calcio a Mozzecane quando avevo otto anni e arrivare nella formazione principale della società dopo aver militato in tutte le categorie giovanili è un orgoglio: rispetto alla Primavera, qui c’è un’intensità di gioco più alta e le responsabilità aumentano. Inoltre, nonostante abbia sempre avuto preparatori bravi, queste le considero le mie prime vere stagioni da estremo difensore: nello scorso campionato sono riuscita a disputare più di metà incontri e sono contenta dei passi in avanti che ho compiuto, invece negli ultimi mesi gli infortuni mi hanno penalizzato».

L’aspetto più particolare dell’estremo difensore a cui si è dovuta abituare?

«Far sì che la squadra si fidasse di me. Quando hai la fiducia delle compagne, sei più sicura e rendi meglio».

Da due stagioni il suo preparatore è Claudio Bressan. C’è intesa?

«Abbiamo un bel rapporto, sia dentro che fuori dal campo. Claudio è stato fondamentale nella mia crescita tecnica, ha creduto in me, mi ha sempre incitato a non mollare e si è dimostrato comprensivo nei miei momenti di difficoltà. Insieme abbiamo lavorato parecchio e lo ringrazio con sincerità: Bressan mi ha insegnato un sacco di cose, è venuto incontro alle capacità dell’atleta che aveva di fronte ed è merito suo se, oggi, mi sento un portiere migliore».

Come si trova con la collega di reparto, Francesca Olivieri?

«Bene, anche se il nostro rapporto è strettamente legato al calcio. Francesca è brava, si impegna molto, è sempre concentrata, e ha voglia di far vedere tutto il suo valore. La competizione tra noi? Non ho mai cercato rivalità con nessuno dei portieri con cui ho lavorato: è un attimo trasformare il dualismo in qualcosa di negativo e non ha senso rovinare un’ipotetica amicizia per disputare una gara in più o in meno».

Le piacerebbe, un giorno, diventare la titolare della prima squadra?

«Giocare con continuità è l’ambizione di qualsiasi calciatrice: allenarsi per poi stare in panchina non piace e non è bello. In ogni caso, non mi sento pronta per essere titolare: devo ancora crescere. Un portiere della Fortitudo che ho ammirato? Paola Bianchi e Ylenia Colcera, con cui mi sono allenata: scelgo Paola per l’esperienza e i consigli che mi ha dato, Ylenia per il carattere e l’umiltà. Entrambe, comunque, trasmettevano grande passione».

Domenica scorsa è stata impiegata contro il Milan Ladies (0-0) risultando decisiva in più di un’occasione. E dire che non scendeva in campo dall’8 gennaio contro il Südtirol Damen. 

«È vero. Era da mesi che non giocavo ed ero davvero agitata, già a partire dal riscaldamento. Ho avuto bisogno di un po’ di rodaggio ma con il passare del tempo ho acquisito maggiore sicurezza e fiducia, grazie anche ad alcuni interventi. Insomma, penso di aver fornito una buona risposta e di aver svolto il mio dovere. E, poi, non ho subito gol, quindi sono felice. La parata più complicata? L’uscita su Giulia Redolfi lanciata a rete, nei minuti conclusivi: pur partendo in ritardo sono riuscita a respingere la conclusione».

Ad inizio ripresa si è scontrata con la compagna Nana Welbeck, prendendo un colpo alla tempia. Sarebbe potuta uscire ma è rimasta al suo posto.

«La botta è stata forte però il male era sopportabile. Non volevo mollare, tuttavia se mi fossi resa conto che quel colpo avrebbe potuto danneggiare la mia prestazione e, di conseguenza, il gruppo, avrei chiesto il cambio».

Un passo indietro, alla sfida d’andata contro l’Orobica (3-0): a Bergamo, Venturini debutta nel torneo 2016/17, respinge il rigore a Luana Merli parando il rigore numero uno in carriera con la prima squadra. Cosa provò?

«Una forte emozione. Ed è stato bello vedere la contentezza da parte delle compagne. Purtroppo eravamo già in svantaggio per 2-0 ma personalmente quell’intervento mi regalò molta gioia: nello scorso campionato, ho avuto due occasioni per parare un rigore, ancora contro l’Orobica all’andata e contro il Milan Ladies al ritorno, però in entrambi i casi non ce l’avevo fatta. Beh, mi sono preso una piccola rivincita».

Quando si è poco utilizzate, in che modo si riesce a farsi trovare pronte?

«Ho sempre pensato al bene della squadra: come le altre corrono e si impegnano, pure io devo dare il mio contributo».

La frase che la identifica?

«In porta sono istinto puro. Non avendo potuto imparare le basi del ruolo in maniera completa, mi affido spesso all’impulsività e, appunto, all’istinto».

Contro l’Unterland Damen, domenica 19 marzo, sarà di nuovo titolare. Sensazioni?

«Sono contenta e mi impegnerò al 100%. Sapevamo che Olivieri sarebbe andata qualche giorno in Inghilterra con la scuola, quindi questa era una cosa programmata da tempo. Spero di replicare, anzi, di migliorare la buona prestazione della settimana scorsa: di sicuro, aver rimesso piede in campo con il Milan Ladies mi ha trasmesso più tranquillità e arriverò alla sfida contro l’Unterland più sicura».

Cosa le piaceva ieri dell’attaccante e cosa apprezza oggi del portiere?

«Effettuare una parata decisiva e salvare il risultato sono gli aspetti più gratificanti per un estremo difensore, mentre quando facevo la punta adoravo segnare e festeggiare con le compagne».

A proposito, nel 2014/15 realizzò otto reti nel campionato Primavera. Il fiuto del gol non le mancava.

«Probabilmente è così (ride, ndr). Nonostante avessi giocato in porta negli anni precedenti, in quella stagione me la cavai bene non rubai il posto a nessuna. Da attaccante, preferivo muovermi sulle fasce e arrivare in area, e al tiro, dall’esterno».

Nelle sue vene le scorre di più il sangue da estremo difensore o da punta?

«Ormai sono un portiere a tutti gli effetti. Se ora mi proponessero di tornare a giocare davanti, rifiuterei: mi dispiacerebbe buttare via il lavoro e la fatica che ho fatto negli ultimi due anni».

Un aneddoto tra i pali?

«Nella passata stagione, in casa contro l’Orobica, mi feci male durante il riscaldamento ma scesi in campo lo stesso perché Olivieri era infortunata: mi stavo esercitando sui cross e, dopo aver respinto un traversone insidioso, togliendo la palla dall’incrocio, sono finita contro il palo. Mi girava un sacco la testa e mi usciva sangue dal naso, però, appena Bressan si avvicinò, la prima domanda che gli posi fu: almeno ho parato il pallone? (sorride, ndr). Per fortuna fu solo una forte botta, anche se il giorno seguente mi sono ritrovata con un occhio nero e il naso gonfio».

È più importante una parata o un gol?

«Scegliere è complicato. Entrambi regalano una grande gioia e, di solito, la maggior parte della gente ricorda di più una rete piuttosto che un intervento del portiere. Tuttavia, voto per la parata: ben dieci calciatrici hanno la chance di segnare, mentre una sola persona può respingere un tiro dell’avversario. Inoltre, è proprio una soddisfazione ricevere i complimenti delle compagne dopo una bella respinta».

Matteo Sambugaro

Foto: Graziano Zanetti Photography

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